Giovedì 29 gennaio e giovedì 12 febbraio, dalle ore 20:30
Circolino – Viale Libertà 33, Monza
INGRESSO GRATUITO
Birrette fresche!
PROGRAMMA
29 gennaio – Saint omer di Alice Diop (versione originale con sottotitoli in italiano).
12 febbraio – Touki Bouki di Djibril Diop Mambéty (versione originale con sottotitoli in italiano).
In una città sempre più povera di iniziative culturali, sentiamo la necessità di creare spazi in cui l’aggregazione possa svilupparsi in modo libero e gratuito. Il cinema è un luogo in cui stringere legami, far circolare idee e riflessioni, incontrare nuove persone e punti di vista o, semplicemente, guardare un bel film.
La rassegna di questo mese propone due opere che indagano la questione della decolonizzazione e tutto ciò che essa provoca: dalla spontanea ricerca della libertà fino alla tormentata ricerca di una propria identità.
Nei giorni scorsi l’EZLN – Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ha diffuso un comunicato sulle mobilitazioni che hanno visto protagonista il popolo iraniano, invitando realtà politiche sparse in tutto il mondo a tradurlo e sottoscriverlo. Buona lettura.
**PER LA VITA E LA DIGNITÀ DEL POPOLO IRANIANO**
Stiamo vivendo una tempesta. Non è né nuova né passeggera. È la tempesta del capitalismo, dell’imperialismo, del patriarcato e degli Stati che amministrano la morte mentre parlano di ordine, stabilità o sicurezza. In questa tempesta, quelli in alto si contendono territori, risorse e potere; quelli in basso mettono in gioco i loro corpi, le loro vite, le loro paure e le loro speranze.
In Iran questa tempesta colpisce oggi con particolare violenza. Il popolo iraniano si è nuovamente mobilitato contro il regime della Repubblica Islamica, che non ha esitato a usare la forza contro chi scende in strada. Queste mobilitazioni non sono né un caso isolato né una reazione momentanea: sono il risultato di decenni di oppressione politica, sfruttamento economico, violenza patriarcale, repressione sistematica e negazione dei diritti. Sono lotte che vengono dal basso, dalla quotidianità soffocante, da chi non può e non vuole più sopravvivere in silenzio.
In alto, governi e grandi potenze valutano la situazione secondo logiche geopolitiche. Calcolano vantaggi, equilibri regionali, rotte energetiche e alleanze favorevoli. In alto, il crimine viene normalizzato, giustificato o mascherato con discorsi sulla “stabilità”, la “sicurezza” o il “realismo politico”. In alto, persino coloro che si presentano come nemici del regime iraniano non esitano a legittimare il massacro quando serve ai loro interessi.
In basso, invece, il popolo iraniano lotta per la vita: In basso ci sono le donne, che ogni giorno sfidano il controllo patriarcale. In basso ci sono le lavoratrici e i lavoratori impoveriti dalle politiche neoliberiste. In basso ci sono i dissidenti sessuali, le minoranze religiose, i popoli oppressi che vivono nelle periferie colpite dalla crisi dell’acqua, della casa e del lavoro. In basso ci sono coloro che sono scesi in strada più e più volte, spesso a mani vuote, senza grandi organizzazioni – distrutte dalla repressione – e che tuttavia sono andati più lontano di qualsiasi opposizione istituzionale.
Condanniamo fermamente la manipolazione di queste proteste da parte di forze straniere. Nessuna potenza estera, nessun governo del Nord globale, nessun progetto imperialista ha il diritto di usare la sofferenza del popolo iraniano come pedina. Una simile strumentalizzazione non solo distorce le lotte reali, ma mette in pericolo ancora maggiore chi resiste, trasformandolo in pretesto per repressioni ancora più brutali.
Ribadiamo il diritto inalienabile dei popoli all’autodeterminazione. La libertà non può essere esportata né negoziata tra Stati. Nessun intervento imperiale ha mai portato giustizia e dignità ai popoli che pretendeva di “liberare”. Lo sappiamo dalla storia, e lo confermano le macerie che lascia dietro di sé.
Ci sono coloro che, da fuori, guardano verso l’alto e non verso il basso: quelli che giustificano il regime iraniano in nome di un presunto anti-imperialismo, ignorando che quel regime applica contro il proprio popolo la logica dell’occupazione, dell’apartheid, del saccheggio e del neoliberismo; e quelli che promuovono alternative reazionarie, autoritarie e dipendenti, che promettono salvezza mentre riproducono il dominio.
Sono falsi antagonismi. L’alto contro l’alto. Il potere contro il potere. In basso resta il popolo, intrappolato tra due forze che si dichiarano avversarie ma agiscono all’unisono.
La nostra posizione è chiara: non stiamo dalla parte dei governi, stiamo dalla parte dei popoli. Non dalla parte degli Stati, ma da quella di chi resiste. Non dalla parte delle élite, ma da quella di chi lotta per la propria vita.
Oggi, mentre il popolo iraniano affronta interruzioni delle comunicazioni, coprifuoco e militarizzazione della vita quotidiana, invitiamo ad ascoltare gli avvertimenti delle nostre compagne e dei nostri compagni zapatisti: la tempesta è globale; chi crede di non esserne toccato, che passi oltre, si sbaglia. Di fronte a questa tempesta non ci sono salvezze né soluzioni dall’alto. Ciò che esiste è l’urgente necessità di unire le lotte dal basso, di riconoscerci nel destino comune di chi si oppone al capitale, all’imperialismo e a tutte le forme di dominio.
Tendiamo la mano al popolo iraniano. Non per paternalismo. Non per parlare al posto loro. Ma per dire: non siete soli.
Perché la lotta in Iran è anche la lotta per la vita ovunque. E perché solo dal basso – insieme – possiamo affrontare la tempesta e immaginare il giorno dopo.
Le 50mila persone scese in piazza a Torino sabato contro lo sgombero di Askatasuna riaffermano con forza la possibilità di opporsi all’autoritarismo del Governo Meloni.
Un corteo composito, compatto e determinato, ha attraversato la città, aggiornando l’elenco delle grandi mobilitazioni a cui, da settembre a oggi, stiamo ricominciando ad abituarci. Giunto nelle vicinanze dello stabile che ospitava fino a poche settimane fa le attività del centro sociale, il corteo ha impattato contro l’ingente spiegamento di forze dell’ordine schierato “a difesa” dello stabile sgomberato, ricordando a tuttə che lotta e resistenza non sono materie astratte. Che il conflitto sociale, ora più che mai, rappresenta l’unica opzione politica in questo Paese per riguadagnare il terreno perduto. Se ne facciano una ragione anche Schlein e tutto il codazzo di indignati democratici.
Lo scontro è stato duro e lo sarà ancora di più domani, ma giornate come ieri lasciano in eredità la consapevolezza che siamo tantə e, forse, un po’ meno frammentatə di un tempo. Che la complementarietà delle pratiche non è un’utopia, ma una ricetta vincente. Che insomma, se ciascunə fa la sua parte, possiamo vincere.
Di questa giornata, densa di immagini e situazioni che resteranno impresse a lungo nella memoria del movimento (https://infoaut.org/bisogni/quando-il-popolo-indica-la-luna-lo-stolto-guarda-il-dito), ci teniamo a segnalare un episodio che può sembrare marginale, ma che in realtà dice molto del tentativo da parte delle Questure di arginare la crescente partecipazione da parte della gente alle mobilitazioni.
Nel corso della mattinata di sabato tre nostrə compagnə (incensuratə) giuntə a Torino per prendere parte al corteo sono statə fermatə per strada dalla DIGOS torinese in zona universitaria: sottopostə a un lungo controllo, sono statə “congedatə” con la consegna di un foglio di via da Torino valido sei mesi per “appartenenza a gruppi antagonisti”. La misura, assolutamente arbitraria (viene disposta dal Questore senza il coinvolgimento di un giudice) e basata su una presunta pericolosità sociale degli individui, costituisce in maniera sempre più frequente il dispositivo con cui lo Stato prova a disgregare i movimenti. È quindi fondamentale condividere queste esperienze e continuare a far fronte comune contro l’utilizzo indiscriminato di misure repressive preventive.
Mercoledì 4 febbraio la fiaccola olimpica giunge a Monza: istituzioni, sponsor e un lungo elenco di utili idioti si preparano a celebrare il carrozzone mediatico. In uno spettacolo strapieno di retorica, l’immaginario sportivo è strumentalizzato per celare il vero volto del grande evento.
MILANO CORTINA É SPECULAZIONE E DEVASTAZIONE AMBIENTALE
Le zone montane interessate dall’evento hanno subito un attacco pesantissimo: taglio di ampie zone boschive, cementificazione di aree verdi, interventi invasivi a supporto di attività non più compatibili con i cambiamenti climatici (non c’è più neve). Tutto è in evidente incompatibilità con l’ambiente alpino. Eppure c’è chi parla di Olimpiadi “sostenibili”.
A Milano, le trasformazioni di grandi aree sono finalizzate a garantire la massima rendita ai privati: dal Villaggio Olimpico nello Scalo Romana, allo stadio del ghiaccio a Santa Giulia, fino a San Siro, gli enti pubblici garantiscono la rendita a privati come Coima, assumendosi anche la copertura di extracosti. L’impatto di questi interventi cambia la composizione sociale dei quartieri: si alzano i costi della vita e le fasce di popolazione più deboli sono espulse, facendo di Milano una città sempre più esclusiva.
Come fu per Italia 90 o Torino 2006, grandi eventi di questo genere sono un gigantesco affare per speculatori, con pessime ricadute sui territori.
MILANO CORTINA É SFRUTTAMENTO E MORTE SUL LAVORO
Il reclutamento di un esercito di volontariə (per ricoprire mansioni un tempo pagate) costituisce il trionfo del lavoro non retribuito, in cui le persone sono cooptate con pochi gadget. La diffusione di questo modello, inaugurato con EXPO 2015, punta a sdoganare soprattutto tra i/le più giovani l’idea che sia legittimo lavorare senza essere pagatə.
Oltre a questo, nei cantieri delle Olimpiadi sono morti due lavoratori. L’8 gennaio, Pietro Zantonini, addetto alla sorveglianza con contratto precario e paga da fame, è deceduto per il freddo: la sua vicenda è emblematica del contesto di sfruttamento su cui si basa l’organizzazione del grande evento.
MILANO CORTINA É COMPLICITA’COL GENOCIDIO E MILITARIZZAZIONE
La partecipazione di atletə israelianə alle Olimpiadi, mentre continua il genocidio in Palestina, è una vergogna per il mondo dello sport e i suoi valori.
Sponsor principali come Eni e Leonardo dimostrano che la maggior parte delle aziende coinvolte nel sostenere le Olimpiadi è altamente inquinante o trae profitto dall’apartheid israeliano: per queste aziende le Olimpiadi sono semplicemente una grande occasione per “ripulirsi” la faccia.
Inoltre il grande evento diventa un laboratorio internazionale di controllo e repressione, con sgomberi, zone rosse e forze di polizia straniere invitate a collaborare con quelle italiane con la scusa della “sicurezza”. Oltre ai mezzi blindati della “democratica” polizia del Quatar in circonvallazione a Milano giungono inquietanti notizie sull’impiego della famigerata ICE durante i giochi. Intanto migliaia di studentə vengono costrettə in DAD per assecondare il piano di sicurezza.
Uniamoci a chi si batte contro questo grande evento! Diamo voce a comunità e territori in lotta!
Aspettando la fiaccola olimpica, la Rete Lotte Sociali di Monza e Brianza presenta, in collaborazione con il C.I.O. e il laboratorio Off Topic
IL GRANDE GIOCO. Milano – Cortina: il rovescio delle medaglie
Proiezione e dibattito, con presentazione del calendario di mobilitazione contro le Olimpiadi
Le Olimpiadi Milano Cortina 2026: il grandioso show che promette di portare milioni di visitatori all’insegna di sostenibilità e inclusione. E che invece sottrae risorse alle comunità a beneficio di pochi. Con Il grande gioco Off Topic e il CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi) smontano il modello di questi giochi olimpici invernali e la logica predatoria di risorse sociali e ambientali che accomuna tutti i grandi eventi. Sportivi e non.
Venerdì 23 gennaio 2026 / h 20:30 / Viale Libertà 33, Monza
Proiezione di “To kill a war machine” di Hannan Majid e Richard York e discussione a seguire
Dal 2020 il gruppo di attivist3 di Palestine Action UK lotta contro le collaborazioni dirette tra l’economia britannica e il regime di apartheid sionista, tra cui spicca quella con la Elbit Systems UK, azienda che arma direttamente Israele. La scorsa estate il gruppo è stato dichiarato organizzazione terroristica, sollevando forti polemiche riguardo all’uso della categoria di terrorismo per un gruppo che pratica sabotaggi, azioni di disturbo e disobbedienza civile. Alcun3 attivist3, in carcere dal 2 novembre 2025 con l’accusa di aver danneggiato aerei militari della E.S. nel 2024, hanno portato avanti uno sciopero della fame per alcun3 durato 73 giorni e interrotto il 14 gennaio 2026. La decisione è stata presa a seguito della negazione e Elbit Systems di un contratto militare dal valore di più di 2 miliardi di euro.Nonostante le prigionier3 non siano ancora liber3, ancora in attesa di processo e senza accuse specifiche legate al terrorismo, questa è una importante vittoria conseguita tramite la lotta all’interno delle carceri, sostenuta da forti proteste solidali in tutto il Regno Unito.Capire come si articola l’economia e la logistica di guerra all’interno dei propri territori e individuarne i punti nevralgici, e per questo attaccabili, continua a essere un sentiero politico fondamentale da seguire insieme. Ci vediamo venerdì per guardare “To Kill a war machine” e discuterne insieme.
Contro la guerra e chi la produce, Palestine Action liber3! Contro la NATO, a fianco della resistenza del popolo palestinese.
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Aperitivo benefit e presentazione campagna “Lince. Occhi sugli abusi”
Dalle ore 21
Concerto con
165 RIOT / hip hop dalla Provincia
SIGNOR K & IL SINDACO / street rap da Bergamo
Ingresso con sottoscrizione a sostegno delle spese mediche e legali di Lince.
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A margine della manifestazione contro il genocidio in Palestina, violente cariche delle forze di polizia colpiscono indiscriminatamente molti compagni e compagne. Tra loro c’è Lince, che viene colpita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, raggiunta dalla celere e, anche se inerme, malmenata insieme alla compagna che ha tentato di soccorrerla. Risultato: tante botte e la perdita della vista da un occhio. Per sempre.
Il caso di Lince è solo l’ennesimo sopruso che documenta la deriva sempre più violenta e fascista delle forze del dis-ordine in Italia.
Tutto questo mentre un nuovo disegno di legge “sicurezza” sta per approdare in Parlamento. Un ddl ancora più liberticida del precedente DL 1660, studiato appositamente per colpire chi alza la propria voce nella protesta. Che inoltre predispone uno scudo penale e legale per i reati commessi dalle forze del dis-ordine se possibile ancora più arbitrario e di parte, affinché possano colpire e purgare nella completa impunità.
Deve emergere sempre più forte e chiara la consapevolezza in ognunx di vivere in uno stato di polizia, con abusi commessi ogni giorno in moltissime città italiane e non. Quasi sempre ai danni degli ultimi e delle fasce più deboli della società, delle persone razzializzate e di chi sceglie di lottare. E deve emergere la necessità di organizzarsi ed opporsi, lottando come strumento di resistenza quotidiana.
Per Lince. Per tuttx, affinché nessunx rimanga indietro. Poi non chiedeteci perché vi odiamo 1312
La macchina del razzismo di Stato è sempre più stringente e repressiva, composta da tanti tasselli tra loro complementari e ben funzionanti. Oltre alle retate, agli arresti e alle reclusioni nei CPR, tra questi c’è anche quello delle deportazioni: espulsioni coatte, ultimamente in netto aumento, dall’Italia verso paesi extraeuropei, che rappresentano l’esemplare conclusione di un sistema perfetto di violenze e torture a cui vengono sottoposte le persone che non possiedono i “giusti documenti” per accedere alla fortezza Europa.
Con la presentazione dell’opuscolo “Deportazioni. Riflessioni per attaccare gli ingranaggi del razzismo di stato” vorremmo provare a capirne i meccanismi e a dotarci di strumenti per riconoscerle, così da tracciare possibili scenari di lotta e alimentare solidarietà e complicità con chi resiste alla violenza di CPR e frontiere.
Venerdì 16 Gennaio Ore 18.30 Monza, circolo v.le Libertà 33
Aperitivo e a seguire presentazione opuscolo “DEPORTAZIONI. Riflessioni per attaccare gli ingranaggi del razzismo di stato”.
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Domenica 11 gennaio 2026 / h 14 / Via San Quirico 6, Monza – Casa Circondariale
Il 27 dicembre 2025 la digos di Genova arresta diversi membri di associazioni palestinesi in Italia: l’accusa è di aver finanziato tra le altre cose anche la resistenza armata in Palestina. Uno degli arrestati, Yasser El Assalye, si trova al momento al carcere di Monza in attesa di giudizio. A loro come alla resistenza palestinese e ad ogni altro detenuto nelle gabbie dello stato va tutto il nostro sostegno e la nostra incondizionata solidarietà. Non lasciamo solo nessuno! Ci vediamo domenica con la Palestina nel cuore, contro il carcere e la società che lo necessita.
Palestina libera dal fiume fino al mare Libertà per i prigionieri palestinesi sotto il sistema sionista Libertà per tutt3!
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