CORDA TESA

CordaTesa è un gruppo neonato e nasce dalla volontà di alcune persone appartenenti al collettivo della F.O.A. Boccaccio.


 

Con l’intento di  lavorare sulle realtà concentrazionarie, quindi su  quei luoghi in cui la presenza dello stato nella vita di una persona si manifesta in maniera totalizzante, Corda Tesa si occupa di indagare le cosiddette istituzioni totali: carcere, psichiatria, ospedale ma anche C.I.E., vera e propria aberrazione della reclusione, in cui ciò avviene soltanto per la  propria nazionalità. E’ in questi luoghi che si manifesta in maniera completa la perdita dell’autonomia individuale, che vede la propria esistenza regolata da leggi, le quali scandiscono ritmi,  rendendo anche evidente quanto l’ordine sociale sia basato su codici e regole che non possono tollerare alcun tipo di devianza, per la propria realizzazione.

Il nostro obiettivo è quello, non soltanto di rendere note informazioni spesso nascoste o ignorate, ma anche di riuscire in qualche modo ad interagire con queste realtà tramite il contatto con individui che vivono quotidianamente dentro questi sistemi altri della società.

Ovviamente il nostro sguardo nei confronti di queste realtà non può che essere critico e vicino ad idee tendenti alla propria abolizione, consci che in questi luoghi il potere rinchiude chi è più indifeso e maggiormente esposto alle ripercussioni della legge perché non in grado di difendersi.

Ma anche perché crediamo che, soprattutto in questo preciso periodo storico, sia importante tornare ad occuparsi di questi luoghi che sempre più tornano a far sentire la loro presenza, diventando lo specchio attraverso cui leggere lo sviluppo della società.

 

Questi luoghi occultati, rimossi e resi estranei al comune sentire delle persone rappresentano i laboratori in cui sperimentare quello che poi verrà attuato sul corpo dell’intero ordinamento sociale.

L’esclusione che operano tende ad isolare, emarginandole e rendendole inoffensive, quelle persone che rappresentano gli scarti della concezione sociale del tardo capitalismo.

Il carcerato, il malato rappresentano il lato oscuro e nascosto della vittoria della merce.

Componente fondamentale nel nostro ragionamento è anche la consapevolezza che queste figure sono fondamentali per l’ordine del capitale, il quale trova nella loro esistenza ragione per esistere e per continuare.

Per questo motivo il carcere produce criminali, la medicina produce malati. Il paradosso di tutto ciò è legato al fatto che tutte queste figure producono anche ricchezza, nel senso che una società ha bisogno di carceri, di ospedali, di C.I.E., per far lavorare, per creare figure professionali che non avrebbero modo di esistere senza queste realtà emarginate. Ma la più idonea ipotesi dell’esistenza di queste istituzioni totali risiede nel concetto che queste permettono alla società, al potere di infierire timore nella popolazione, punendo quei comportamenti e quegl’ atteggiamenti che risultano essere scomodi da una parte, ma sfruttabili come modelli scorretti di comportamento sociale.

 

 

Tutto questo è anche aiutato dalla fitta campagna dei media che danno ampio risalto ai fatti compiuti da individui appena usciti dal carcere o da malati psichiatrici, al piccolo reato compiuto dall’immigrato o, più in generale, dalla povera gente,creando nella struttura sociale il concetto che esista una categoria criminale e l’idea che quest’ultima sia il vero pericolo per la convivenza civile.

Quando poi dei detenuti  vengono liberati prima della fine pena o godono di attenuanti, subito viene creata ad arte l’impressione che in carcere si entra e si esca con facilità estrema, facendo credere, all’opinione pubblica nazionale, che in Italia non esista né pena né giustizia e che si possa godere di un’ impunità garantita e data per scontata.

L’idea che trasmettono i media fa parte di una campagna di terrore tesa in principio a creare paura ma di fatto a creare consenso per la vittoria della legalità (triste parola dietro cui si nasconde l’accettazione delle regole che ci controllano e ci rendono mansueti, il rifiuto della devianza e la socializzazione forzata che ci troviamo costretti a vivere).

Tutti questi elementi fanno parte della campagna di mistificazione del reale che ormai investe la nostra quotidianità e che trasforma nel pericolo più temibile, più pericoloso e da punire senza alcuna pietà, il ladruncolo, il consumatore di sostanze stupefacenti, l’attivista politico, il malato psichiatrico o più in generale il deviato.

Tutte persone che la società dell’apparire, del vacuo e del benessere vuole togliere di mezzo, rinchiudendoli e affidandoli a specialisti.

Gli agenti e i creatori dello sfruttamento, coloro che delinquono nel nome della merce, nascono come criminali sociali (soltanto perché inseriti all’interno dell’ordine dominante e agenti per conto del capitale) ma diventano in seguito vittime.

Le case farmaceutiche uccidono, le banche rubano, la legge non è uguale per tutti.

Queste parole qualunquiste fanno parte del sentire comune di chiunque ma non riescono a creare indignazione, volontà di ribellarsi, alle continue ingiustizie che vengono perpetrate verso gli innocenti, o verso i piccoli criminali(deviati per necessità, il più delle volte), anziché a coloro che commettono crimini inimmaginabili ed impensabili, a volto scoperto.

La tolleranza zero diventa così l’unico modo, l’unico cavallo di battaglia di una società de-ideologizzata, satura di disvalori, che crea continuamente nuove paure e nuovi nemici.

Del resto, il popolo terrorizzato è più disposto a rinunciare alla propria libertà nel nome della propria sicurezza e per mantenere i propri privilegi.

In questo è bravo anche il dominio che fa sì che venga resa impossibile sia una vicinanza e una consapevolezza dei rinchiusi (impedendo così che essi possano trasformarsi in un possibile motore di rivolta ed instabilità), sia una nascita, in quei luoghi, di pratiche di resistenza alla realtà. Ciò che traspare dai quei luoghi ultimi, emarginati è che questi siano luoghi di disperazione e punizione, dove scompaiono le regole della dignità umana.

 

Abbiamo scelto il nome CordaTesa perché si presta a svariati interpretazioni e significati:

Corda tesa come una corda lanciata verso l’abbandono e la solitudine che abitano e animano questi luoghi, spezzando l’isolamento verso quell’umanità che viene dimenticata quando delle sbarre gli si richiudono alle spalle.

Corda tesa come la corda penzolante, troppo spesso con un corpo appeso, che rappresenta il solo modo di dimenticare questa solitudine, sola via di fuga da un reale che non si vuole, da un mondo che rifiuta ed emargina.

Corda tesa come una corda di uno strumento musicale che ad ogni giro della chiavetta si tende sempre più fino a giungere ad un punto di rottura e a spezzarsi, perché la tensione è arrivata al massimo del tollerabile.


Corda tesa come la corda su cui tutti noi, inconsci acrobati, ci troviamo a camminare sperando di non precipitare o che non ci si spezzi sotto i piedi.


 


 

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