Mostra sui moti del 1898 e sul regicidio

Dalle cannonate di Bava Beccaris alle pallottole di Bresci

 

Abbiamo deciso di dedicare un approfondimento storico al contesto in cui ha luogo il regicidio del 29 luglio 1900. Contestualizzare questo fatto all’interno del complesso periodo storico italiano di allora significa inevitabilmente tracciare un filo rosso(sangue) fino agli episodi di due anni prima, quando nel maggio del 1898 Milano (e anche Monza) fu teatro di una sanguinosa operazione messa in atto dall’esercito regio per sedare i tumulti popolari.

Anche Monza pagò in quel frangente il proprio tributo in termini di vite umane, falciate nell’attuale piazza San Paolo dalle armi governative.

Umberto I è diretto responsabile di questi fatti e questa sua responsabilità armerà la mano di Gaetano Bresci, giunto dall’America per vendicare i caduti della “rivolta dello stomaco”.

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Crisi di fine secolo

 

Gli ultimi anni del XIX secolo sono segnati da una profonda crisi, di natura sociale, politica e istituzionale. Il Regno d’Italia è segnato da profonde tensioni da Nord a Sud, né destra né sinistra storica sono riuscite a dare stabilità all’Italia unita, in cui cresce il disavanzo tra la ricchezza della nascente borghesia e le masse popolari.

L’1 marzo 1896 l’esercito regio e pesantemente sconfitto ad Adua (Etiopia) dall’esercito abissino: il sogno coloniale si palesa in tutta la sua tragica follia.

La borghesia milanese, penalizzata dalle politiche economiche di Crispi, torna al potere con il governo di Rudinì (marzo 1896 – giugno 1898). Le tensioni sociali crescono: il partito socialista si radica e si diffonde nelle masse.

 

 

Re Umberto I

 

Il complesso scenario politico e sociale di quegli anni si sviluppa sotto il regno di Umberto I (1844-1900), salito al trono il 9 gennaio 1878, dopo Vittorio Emanuele II.

Compie una rapida carriera militare e il 22 aprile 1868 si sposa con la cugina Margherita per necessità dinastica: per questa unione tra consanguinei si rende necessaria una speciale dispensa pontificia.

Nonostante il matrimonio, le sue frequenti visite alla Villa Reale di Monza sono spesso giustificate dalla presenza dell’amante Eugenia Bolognini (duchessa Litta), dama di corte.

Durante i suoi 22 anni di Regno si alternano 21 governi

Il monarca viene talvolta ricordato come “Re Buono” per l’atteggiamento dimostrato nel fronteggiare sciagure quali l’epidemia di colera a Napoli del 1884 (durante le quali è visto prodigarsi nei soccorsi) e la promulgazione del cosiddetto codice Zanardelli che apporta alcune innovazioni nel codice penale, come l’abolizione della pena di morte.

Direttamente coinvolto nello scandalo della Banca Romana, il suo regno è altresì segnato da un duro conservatorismo e dalla gestione repressiva delle tensioni sociali, per questo il sovrano è soprannominato anche “Re Mitraglia”.

Giovanni Passannante, anarchico, attenta alla vita del re nel 17 novembre 1878 a Napoli con un coltello; nel 1897 a Roma Pietro Acciarito prova a uccidere il re con un pugnale: questi due episodi da cui esce incolume generano nel sovrano una costante preoccupazione per l’incolumità della propria persona.

E’ tuttavia nel 1898 che le decisioni prese dal sovrano I rendono evidente la natura autoritaria del suo regno.

 

 

I fatti del maggio 1898

 

Il movimento operaio ha già conosciuto l’asprezza della repressione governativa, culminata nel 1886 con lo scioglimento del Partito Operaio Italiano e delle organizzazioni proletarie decretato da Depretis e nel 1894 con l’analogo provvedimento di Crispi contro il Partito Socialista, ma i fatti del  maggio 1898 vanno ben oltre queste drammatiche esperienze.

 

L’ennesima tassa sul pane (da 30 a 62 centesimi al kilo) innesca proteste spontanee in tutto il Regno, ma è a Milano e dintorni che la popolazione scende in piazza in maniera più determinata: il 6 maggio la miccia è l’arresto di tre operai della Pirelli sorpresi a distribuire volantini di Turati. La “rivolta dello stomaco” sta per esplodere e Milano si prepara a festeggiare il cinquantennale delle barricate delle Cinque Giornate (1848) erigendone di nuove.

 

Centinaia di dimostranti accerchiano la Questura chiedendo l’immediato rilascio dei compagni arrestati: gli agenti di pubblica sicurezza e i fanti del 2° battaglione e del 5° reggimento, per sciogliere la manifestazione, sparano, lasciando sul terreno 3 morti e numerosi feriti.

 

L’episodio accresce la rabbia del popolo e a Monza, come a Milano, il giorno successivo si organizzano grosse manifestazione di protesta per lo scellerato atteggiamento repressivo delle istituzioni governative: il 7 maggio si scende in piazza per chiedere la riduzione del prezzo della farina e del pane, per rivendicare libertà sindacali e politiche, per chiedere la sospensione della partenza dei richiamati alle armi (partire significava perdere il posto di lavoro, togliere entrate al già magro bilancio familiare).

 

Il comandante della piazza d’armi milanese, Fiorenzo Bava Beccaris, proclama lo stato d’assedio e in sella al suo cavallo, in piazza Duomo a Milano, non esita a far sparare cannonate sulla folla inerme.

Spara anche sul convento dei cappuccini di Porta Monforte, scambiando frati e mendicanti per «un’armata rivoluzionaria».

Il popolo chiede il pane, ma viene sfamato con il piombo.

Il generale proibisce l’uso della bicicletta, scioglie le associazioni democratiche (partiti, cooperative, sindacati, la Società Umanitaria e anche centinaia di associazioni cattoliche) e ne arresta gli esponenti, sopprime i giornali di opposizione, militarizza i ferrovieri.

In cinque giorni di assedio e di azioni militari per «ristabilire l’ordine», a Milano si contano, secondo i dati ufficiali, 80 morti e 450 feriti. Realisticamente le vittime della sanguinaria repressione sono più di un centinaio. L’esercito, sconfitto dagli Abissini nel 1896, ha cercato la gloria sulle piazze di Milano.

La fantasia lo ha convinto di trovarsi nel cuore di una insurrezione preordinata e di essere davvero assediato: ordina ai comandanti di abolire i tre squilli di tromba, che per regolamento devono precedere il fuoco, e di sparare senza preavviso. Possono anche usare il cannone.

 

 

 

7 maggio 1898 a Monza

 

I militari rispettano le disposizioni anche a Monza. Un testimone di quella tragica giornata, Ettore Reina, da un mese segretario della Camera del Lavoro, ricostruisce così gli avvenimenti del 7 maggio.

La prima manifestazione si svolge in piazza della Stazione. «Nel nostro caso la scintilla fu, a quanto sembra, l’ordine venuto da Milano di sospendere il servizio del tram a cavalli, ordine giunto qui accompagnato dalle voci più assurde […]. Milano era gremita di barricate […] i morti non si contavano più…». In poche ore si radunano migliaia di persone fronteggiate da un’ottantina di soldati. Reina si adopera per evitare lo scontro, parla all’ispettore di pubblica sicurezza che accompagna la truppa, propone alla folla la nomina di una delegazione che porti proteste e rivendicazioni al sottoprefetto, in piazzetta S. Maurizio. La delegazione, guidata dall’onorevole Pennati, è accompagnata da un lungo corteo.

 

Più tardi un gruppo di persone, in gran parte donne, si reca a protestare davanti alla caserma in piazza S. Michele e si ricompone così un altro assembramento. Reina che, aiutato da altri compagni sindacalisti e di partito, anche qui cerca di placare la protesta della folla e racconta: «Ormai, sulla piazza non son più che un centinaio di persone, urlanti ancora l’ultimo fiato della giornata […]. Le due file di soldati rimangono, schierate, al loro posto, il fucile a pied’arm».

E’ poco dopo che l’esercito schierato apre il fuoco per disperdere la protesta, con fucili e cannoni : alle 22.30 del 7 maggio 1898 si consuma l’episodio più sanguinoso in città «da che l’Italia era risorta a nazione libera ed unita».

In piazza San Michele muoiono il fornaio Giacomo Castoldi (44 anni) e il quattordicenne Antonio Sala, figlio del proprietario dell’osteria del Moro, ucciso da una fucilata al cuore. Trasportati in ospedale per le ferite riportate muoiono la casalinga Teresa Meroni (49 anni), che era stata raccolta davanti all’osteria del Moro con la spina dorsale attraversata da un proiettile, il meccanico ventenne Piatti Carlo, l’imbiancatore Assi Gerardo (27 anni), cui una palla aveva asportato la parete addominale, Villa Carlo (18 anni) e Vergani Pasquale (29 anni), entrambi cappellai.

 

In totale i morti sono 7 e si contano anche 18 feriti, che dopo la degenza in ospedale, vengono arrestati.

 

La giornata si conclude con l’affissione di un manifesto che annuncia le decisioni del generale Bava Beccaris: stato d’assedio, chiusura di ogni esercizio pubblico entro le ore 21, coprifuoco alle 22 e la consegna entro 24 ore  di tutte le armi da fuoco.

 

Seguono giorni di profonda tensione : il potere ha mostrato il suo volto più efferato, si teme che nuove rivolte possano svilupparsi. A Monza la Camera del Lavoro viene sciolta e il periodico socialista “La Brianza lavoratrice” viene soppresso, perchè accusato di sovversione. L’ultima edizione stampata (in concomitanza con la festa dei lavoratori, il Primo maggio, riportava un appello alla mobilitazione per la richiesta dell’abbassamento a otto ore del monte ore lavorativo quotidiano). Tutti gli altri i periodici locali ritardano di qualche giorno le rispettive uscite su ordine governativo. Sulle colonne della “Rivista monzese” (antenata de “Il cittadino”) del 14 maggio 1898 la sommossa popolare viene definita condotta da « un popolo di selvaggi, rozzo di modi, e più rozzo di sentimenti, perchè educato ed insinuato alle stragi e ai saccheggi, e dalle più barbare vendette ». Sempre sulla prima pagina del periodico si tessono le lodi di Bava Beccaris e del suo operato : «spiegò ben tosto un valore non ordinario, e tutta la popolazione esterrefatta dalla gravità del pericolo, vistolo scongiurato per opera sua, gli dimostrò la più grande stima».

Per motivi di ordine pubblico, a giugno, è annullata la consueta Fiera di San Giovanni.

 

 

Umberto I premia Bava Beccaris

 

Il bilancio della repressione è impressionante: un centinaio di morti, 3000 arresti, 500 feriti, centinaia di imputati e il Tribunale di Guerra che emette condanne per 1390 anni di reclusione.

Il 6 giugno 1898 Umberto I confersice la Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare dei Savoia (massima onorificenza militare del Regno d’Italia) al generale Fiorenzo Bava Beccaris. Il 16 giugno viene anche nominato Senatore.

Queste circostanze segnano in maniera indelebile la memoria e la sensibilità della popolazione italiana, in particolare delle classi subalterne: a Paterson, in America, un operaio tessitore toscano di sentimenti anarchici decide che il sangue versato nelle piazze deve essere vendicato.

 

 

BOX SPECIFICO :  Il monumento ai sette martiri

 

Il clima di tensione e repressione successivo al maggio 1898 rende difficile la celebrazione dei caduti alla strage di piazza San Michele.

Soltanto dopo sei anni, il 29 maggio 1904, un grande corteo indetto dalla Camera del Lavoro (ricostituitasi) inaugura un monumento alla memoria dei sette monzesi uccisi. La Giunta comunale rifiuta di presenziare alla cerimonia di inaugurazione.

Sono svariate migliaia le persone che, partite dalla Camera del Lavoro, attraversa la città lungo via Cavallotti e via Manzoni, per poi confluire sul luogo della strage e proseguire verso il cimitero di San Gregorio (un tempo situato nei pressi dell’attuale via Guarenti). E’ qui che « la Monza proletaria» suddivisa per professioni (fornai, cappellai, tessitori, tintori, meccanici, contadini, muratori, lattonieri, falegnami, impiegati) rende onore ai 7 martiri inaugurando il monumento che resta presso il cimitero fino al 1932: il Fascismo è al governo e la memoria della tragica fine dei sette martiri del ’98 risulta indubbiamente scomoda. Il Podestà ordina la rimozione e la distruzione del monumento.

 

 

Gaetano Bresci

 

Gaetano Bresci è un emigrante italiano partito alla volta degli Stati Uniti il 18 gennaio 1897: come tanti altri connazionali giunge a New York sul piroscafo “Colombo” e si trasferisce a Paterson (New Jersey). Ha poco più di trent’anni ed è anarchico.

Bresci nasce a Coiano, frazione di Prato, da famiglia contadina, il 10 novembre 1869.

Ottenuto il diploma presso le scuole professionali di Prato comincia a lavorare come operaio tessitore in alcune fabbriche della zona.

A 15 anni entra a fare parte di un circolo anarchico e nel 1892 riceve la sua prima condanna per oltraggio e minacce alla forza pubblica: Bresci ha un diverbio con alcuni vigili che stanno multando il garzone di una macelleria. La condanna a quindici giorni di carcere è condonata per indulto.

Al suo arrivo a Paterson riprende l’attività in fabbrica sempre nella veste di tessitore e disegnatore di seta: dopo il lavoro partecipa a riunioni e conferenze anarchiche.

Paterson è punto di arrivo di emigranti da tutta Europa, lavoratori e profughi politici: vi passano Malatesta e Kropotkin e vengono stampati tre giornali anarchici (“Germinal” in francese, “El Despertar” in spagnolo e “La Questione Sociale”).

Bresci si sposa con Sofia Knieland, di origini irlandesi, da cui ha due figli.

E’ con la notizia delle stragi del maggio 1898 e della premiazione di Bava Beccaris che nel suo cuore cresce la volontà di punire il mandante delle strage milanese.

 

 

Da Paterson a Monza

 

17 maggio parte da New York sul piroscafo “La Guascogne” in terza classe (31 scudi francesi) sfruttando gli sconti sui viaggi promossi in occasione dell’Expo parigino: ha con sé 500 lire frutto dei guadagni di tessitore presso la fabbrica Emelburg. Arriva a Le Havre a fine mese e si ferma a Parigi per visitare l’Expo. Giunge a Genova e prosegue per Prato a inizio giugno: fino al 19 luglio è ospite dal fratello Lorenzo. Si incontra con la sorella Teresa a Castel San Pietro (Bologna).

 

Intanto il 21 luglio Umberto I  giunge a Monza e trascorre la settimana tra ricevimenti, gite a cavallo e in carrozza. In questi giorni riceve l’invito della società Forti e Liberi a partecipare alla manifestazione conclusiva del concorso ginnico il 29 luglio.

 

Il 24 luglio Bresci giunge a Milano e alloggia in via San Pietro all’Orto per quattro giorni presso un affittacamere: venerdì 27 arriva a Monza col treno alla mattina, in compagnia di un’altra persona. Insieme a questa mangia presso al Caffè della stazione (minestra, un piatto di vitello guarnito, formaggio, frutta e un litro e mezzo di vino, 4 lire e novanta centesimi). Alloggia presso un’osteria in via Cairoli e nel corso della mattina di sabato si fa un giro in carrozza nel Parco Reale (2 lire e mezza).

 

 

29 luglio 1900

 

La mattina de 29 luglio Umberto I si fa accorciare i capelli e rinuncia alla consueta gita a cavallo: alle 11.30 partecipa alla messa e dopo pranzo fa un giro nel giardino della Villa Reale. Alle 20 cena a base di specialità francesi. Alle 21.30 è presso la Forti e Liberi, dove assiste alle ultime fasi di una  manifestazione sportiva e premia gli atleti. Alle 22.30 risale sulla sua carrozza à la Doumont, viene fermato da un gruppo di ginnasti che lo salutano calorosamente: si alza e ringrazia.

In quel momento, al suono della marcia reale, echeggiano tre veloci revolverate, una di seguito all’altra. I cavalli si impennano e fuggono veloci.

In mezzo alla folla, al buio, Gaetano Bresci riesce a colpire tre volte il re, senza scalfire nessuno della folla né della scorta reale: già in America è famoso per la sua mira infallibile.

Il re giunge alla Villa Reale ancora in vita, condotto sulla scalinata a braccia viene deposto sul letto e lì muore: entro le 23 la popolazione di Monza è a conoscenza del regicidio e il sindaco Enea Corbetta, appresa la notizia, sviene.

Le autorità bloccano tutte le comunicazioni con i comuni limitrofi e per timore di un’eventuale rivoluzione arrivano da Milano 40 carabinieri incaricati di presidiare la Villa Reale nell’eventualità di un assalto popolare e rivoluzionario.

La città piombò nel silenzio: Monza è una tomba, la grande tomba di un monarca.

Infine, nel cuore della notte si scatena una tempesta e un forte temporale si abbatte sulla cittadina brianzola. Poi tutto tace.

Dopo qualche giorno tutti i periodici locali escono listati a lutto.

 

 

Processo di Bresci

 

Bresci viene arrestato senza opporre resistenza subito dopo gli spari, sottratto al linciaggio della folla. E’ tradotto presso la caserma di piazza San Michele e successivamente nel vicino carcere cittadino nei pressi dell’Arengario (via Pretorio).

In carcere, Bresci invia una lettera a Filippo Turati e dopo due colloqui, il 21 agosto 1900, Filippo Turati rifiuta di difendere Bresci.

Il 29 agosto Bresci compare in aula, calmo e impassibile, difeso dall’avvocato Francesco Saverio Merlino: afferma di aver ucciso il re per vendicare la vittime delle repressioni di Sicilia (Fasci siciliani, 1894) e di Milano (maggio 1898). Ribadisce che è stato all’epoca di tali avvenimenti di sangue che ha concepito il suo atto.

Al Presidente della Corte che gli ricorda come sia il Governo l’organo responsabile delle scelte in materia di ordine pubblico, Bresci risponde: «ma il re sottoscrive i decreti. Ho voluto vendicare la miseria del popolo e la mia. Ho agito solo senza consigli e senza complici».

«Ebbene, dirò che la condanna mi lascia indifferente, che non mi interessa e che sono certo di non essermi sbagliato a fare ciò che ho fatto. Non intendo neppure presentare ricorso. Io mi appello soltanto alla prossima rivoluzione proletaria.»
Presidente: «Ammettete di avere ucciso il re?»

Bresci: «Non ammazzai Umberto; ammazzai il Re, ammazzai un principio! E non dite delitto ma fatto!»

Viene condannato all’ergastolo e il 23 gennaio del 1901, dopo un trasferimento via mare, Bresci è rinchiuso nel suo ultimo domicilio.

Per poterlo controllare a vista viene edificata per lui una speciale cella di tre metri per tre, priva di suppellettili, nel penitenziario di Santo Stefano, presso Ventotene (Isole Ponziane). Il suo numero di matricola era il 515.

 

Morte sospetta in carcere

Il 22 maggio 1901, l’ufficio matricola della Regia Casa di Pena di Santo Stefano registra la morte del detenuto Gaetano Bresci. La versione ufficiale dei fatti afferma che alle ore 14.55 il secondino Barbieri, che ha l’incarico di sorvegliare a vista l’ergastolano, ma che si è allontanato per alcuni minuti, scopre il corpo del regicida, ormai cadavere, penzolare dall’inferriata alla quale il recluso si è appeso per il collo mediante l’asciugamano in dotazione o, secondo altre versioni, un lenzuolo.

Tuttavia le circostanze della sua morte destano subito qualche perplessità. Voci sotterranee, fatte circolare da cella a cella e presto uscite dal penitenziario, avvalorano un’ipotesi alternativa.
Tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, immobilizzato Bresci buttandogli addosso una coperta e poi lo avrebbero massacrato a pugni.

Qualche incertezza vi è anche sul luogo della sua sepoltura: secondo alcune fonti è stato seppellito assieme ai suoi effetti personali nel cimitero di Santo Stefano; secondo altre, il suo corpo viene gettato in mare. Le sole cose rimaste di lui sono il suo cappello da ergastolano (andato distrutto durante una rivolta di carcerati nel dopoguerra) e la rivoltella con cui compì il regicidio.

Ci sono poi alcuni misteri che circondano ancora la figura dell'”anarchico venuto dall’America”, come il popolo lo ha ribattezzato. Riguardano prevalentemente alcuni documenti spariti misteriosamente: non è infatti mai stata trovata la documentazione che descrive il suo status di ergastolano e le circostanze della sua morte; nessuna informazione su di lui è disponibile all’Archivio di Stato di Roma; non è mai stato ritrovato il dossier che Giovanni Giolitti scrisse sulla vicenda Bresci.

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