Ferragosto ateniese

Atene continua a sorprendere. Ritrovo una città inaspettatamente ventilata e silenziosa. La casa in cui alloggio in questi giorni di piena estate ha una grande terrazza con l’altalena in legno e il barbecue per cucinare fuori ma nessun rumore di auto di sottofondo.

Durante l’anno Solonos è attraversata da centinaia di macchine, motorini, pedoni. Percorrerla contromano in bicicletta è pericoloso quanto divertente, ma non sempre ne vale la pena proprio perché essendo congestionata e non troppo larga si rischia di essere travolti da smog e taxisti esasperati. La strada, una parallela di Stadiou, Panepistimiou ed Akademias (lunghi viali centrali nella geografia urbana della città), collega il ricco e borghese quartiere di Kolonaki a piazza Omonia, lasciando che Exarhia si sviluppi sulla sua destra fino alla collina di Strefi Hill: “sassi e desolazione grigia e bianca sopra una città grigia e bianca”, come la definisce una persona che ci è stata.

L’Agosto ateniese, quindi, non è terribile come pensavo: la calma dei greci ha invaso la città dandole un’aria di chi è davvero in vacanza. Non ho ancora sentito un clacson e sono qui da quasi 24 ore. Arrivata ieri sera alcune ore dopo il tramonto, ho camminato sicura fino alla metro dimenticando velocemente l’aereoporto ed i turisti italiani eccitati per il prossimo sbarco su una qualche isola.

“Ahhh, ma è un’isola borghese?” dice una signora milanese di circa cinquant’anni mostrandosi tanto falsa quanto finta come i vestiti che indossa. Ha l’aspetto di chi è appena rientrata da Corso Como dopo una giornata trascorsa tra shopping ed aperitivo e il suo manifestarsi stupita del fatto che l’isola che ha attentamente scelto sia adeguata alle sue aspettative di cittadina in vacanza mi rende nervosa.

Faccio finta di essere greca e non mi presto a lunghe e sonore conversazioni.

La voce metallica della signorina che annuncia la prossima stazione mi fa sentire subito a mio agio. I cartelli pubblicitari non sono scritti in una lingua sconosciuta e la conversazione telefonica che il ragazzo seduto in fronte a me intrattiene mi riporta all’interno di una società dalle abitudini simili alle mie. Uscendo dalla metro do uno sguardo disattento alla piazza ed al Parlamento. La conosco questa città. La conosco e non me la dimentico. Sono partita da Atene il 5 luglio e vi ritorno dopo 41 giorni: Madrid, Barcellona, Milano. Agglomerati urbani che però non hanno colpito la mia intimità trasmettendomi il desiderio di restare.                                   Atene, a mio parere, è diversa. Differente da tutte le capitali europee che ho visitato. Capace di mantenere e riproporre una specificità difficile da trasmettere a parole. E’ accogliente come la contraddizione: ci attira e ci respinge proprio perché non del tutto assimilabile alla logica abituale. Ed è sincera: si mostra per quella che è: povera, ma solo in parte; turistica, ma al punto giusto, ovvero quello di respingere i visitatori verso mete più silenziose e pulite; asfissiante, ma ricca di angoli di paradiso; contemporanea, ma autentica.                                      Quando se ne attraversano le strade del centro scavalcando i tossici che sostano nella zona universitaria la propria immagine si staglia sulle vetrine del caffè di lusso posto proprio al di là della strada: osservandosi nel vetro specchiato ci si ritrova a cavalcioni tra due mondi solo apparentemente distanti: vediamo questi corpi stesi a terra e, dietro di loro, appena oltre questo muro di vetro, eleganti personcine sedute in attesa di avvicinare le labbra alla tazzina o alla sigaretta. Tu sei lì, nel mezzo. Non ti viene chiesto né di scegliere né di esprimere solidarietà. Continua a camminare, ti dice la città, che più vai avanti e più ti immergerai in questo labirinto. Ma non ti perderai. Abbi fiducia. Atene non ti tradisce e se lo fa è perché sa che tu hai provata a dimenticarla.

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