Cronache dal Kurdistan turco. Dal 17 al 21 settembre 2015

HASANKEYF E IL PROGETTO G.A.P.

Carissim* compas, ieri e’ stato l’ultimo giorno di carovana. Un’esperienza decisamente interessante che ci ha permesso di ascoltare dalla viva voce di esponenti di partito (HDP e BDP) quale é la situazione attuale in Kurdistan, cosa impossibile viaggiando da cane sciolto, (NdA: qua gli/le esponenti di partito, HDP e BDP, hanno le ovaie/palle quadrate, molt* hanno fatto anni di galera per la causa ed é un onore ascoltarl*).

Nonostante ció la carovana da sola non é stata sufficiente a soddisfare il nostro interesse per per questa terra e per questo popolo anche perche’ con la delegazione di 80 internazionali siamo riusciti a portare aiuti umanitari, attirare l’attenzione dei media e della politica mentre da soli riusciremo meglio a interagire con la gente del luogo.

Il confederalismo democratico teorizzato da Öcalan, le cui colonne portanti sono donna, ambiente e libertá (da cui lo slogan jin, jîyan, azadî, letteralmente donna, vita, libertá) e’ per noi uno dei progetti politici piu’ interessanti che esistano al momento, oltre a costituire una luminosa speranza per il medio oriente.

Il bisogno di comprendere come questo si stia attuando nella pratica quotidiana e i recenti avvenimenti repressivi dello stato turco che pongono il paese a rischio guerra civile ci spingono a restare in Bakûr (Kurdistan turco) ed a intraprendere un viaggio in autostop attraverso le zone maggiormente colpite dall’esercito (NdPé: ho ormai accantonato la possibilitá di raggiungere Kobane per una serie di motivi: l’impossibilitá di attraversare legalgente il confine insieme alla carovana, l’attuale pericolositá di attraversarlo illegalmente, la situazione esplosiva in Bakûr e la possibilitá di imparare la lingua viaggiando con un compagno che parla fluentemente sia l’italiano che il kurmanjî).

Da Suruç partiamo dunque alla volta di Hasankeyf,  sito archeologico sul fiume Tigri di inestimabile valore, rısalente a piú di 10.000 anni fa, che ha per sfondo un inceredibile canyon cosparso di grotte abitate in epoca neolitica.

Questo posto meraviglioso e’ da tempo minacciato dalla costruzıone della diga di Ilisu che rientra (o meglio é parte fondamentale) in uno dei progetti di distruzuine del territorio più scellerati e controversi del nostro tempo: il progetto GAP che prevede la costruzione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche che comporterá  l’allagamento di 75.000 Km2 di territorio (il 10% della Turchia!!) nelle province di Adiyaman, Batman, Diyarbakır, Gaziantep, Kilis, Mardin, Siirt, Şanliurfa e Şirnak.

Con il completamento della diga di Ilisu le meraviglie di Hasankeyf  sono destinate a essere totalmente sommerse dalle acque e insieme a esse anche le case di 50.000 persone.

Il governo sta costruendo un’orribile e grigia nuova cittadella (e vari ponti) sul versante piú alto della vallata, in cui vorrebbero trasferire gli espropriati (non sappiamo in base a quali criteri dato che le residenza sono pochissime).

Contro tutto questo domani inizierà un campeggio resistente di 3 giorni che culminerá con un corteo il 20 settembre.

Il viaggio in autostop ci porta ad attraversare  le cittá di Şanliurfa, Kızıltepe, Mardin e Midyat.

La parte piu’ difficile per l’autostoppista in Kurdistan, dove la gente ti carica facilmente, e’ attraversare le citta’ da parte a parte e questa difficolta’ e’ direttamente proporzionale alle dimensioni dell’urbanizzato. Questo ci a fatto impiegare due giorni, attraversando un paesaggio intensamente coltivato (la Turchia produce il suo intero fabisogno di frutta e verdura), durante i quali ci siamo accampati con i sacchi a pelo fuori dalle città. Come speravamo entrambe le notti abbiamo potuto apprezzare l’ospitalità curda e conoscere meglio la gente del luogo, motivo per il quale abbiamo scelto l’autostop come “mezzo” di trasporto.

Nel bel mezzo della prima notte veniamo infatti svegliati da un contadino che puntandoci la torcia in faccia ci dice sorridente “ehi questo e’ il mio campo! Voi non potete dormire qua… venite a casa mia, siete miei ospiti!”. Con fatica riusciamo a rifiutare dicendogli che il cielo stellato é la coperta piú accogliente a cui possiamo aspirare e promettendogli che appena svegli avremmo bussato alla sua porta per condividere la colazione.

Questa sorridente famiglia patriarcale ha passato il confine turco-siriano 1 anno fa. Vengono da Dirbesiye (nel Rojava) e qua coltivano grano e mais. Mangiamo una semplice e copiosa colazione con la nonna, il nonno, il figlio, e il nipote. C’erano altre due donne giovani: una l’abbiamo conosciuta quando ci ha portato il cibo, l’altra è rimasta sempre in cucina. Una familia amabile e gentile in cui si sente forte l’influenza della religione islamica (NdA: constatiamo che c’é ancora un grosso lavoro da fare sulla questione di genere).

Riprendiamo la strada ringraziandoli e mentre ci allontaniamo riceviamo i saluti dalle giovani donne che dal tetto ci augurano buon viaggio.

Oltre ai camionisti e agli automobilisti a volte si fermano anche i minibus e dopo avergli spiegato che stiamo viaggiando in autostop e non abbiamo soldi spesso gli autisti ci fanno segno di salire lo stesso (anche incuriositi dalla strana coppia di viaggiatori occidentali che parlano kurmanjî… o almenmo uno dei due).

Abbiamo cosi constatato che scroccare passaggi ai bus é il modo migliore per attraversare i centri urbani.

La seconda notte cenando di fianco a un benzinaio un gentile signore si presenta con 2 tazze di chay e ci mette a disposizione un chiosco in legno per la notte, preoccupato del fatto che lungo quel tratto di strada si estende una base militare enorme e non sarebbe prudente per noi dormire per strada.

É sconvolgente constatare come qui, dove il capitalismo e l’individualismo non hanno influenzato tanto la societá come in occidente, la gente di sua spontanea volontá si prodighi nell’aiutarci nel cuore della notte (NdPé: a Milano chiamerebbero la polizia, qua ti dicono entra in casa perché fuori c’é la polizia).

Arriviamo a Hasankeyf il 19 settembre e scopriamo che il campeggio è stato annullato. Ci accampiamo sulle rive del Tigri, vicino a una bella pozza di acqua sorgiva dove ci bagnamo. Purtroppo sacchetti di plastica e bottiglie la fanno da padrone (NdA: constatiamo che c’é ancora un grosso lavoro da fare anche sulla questione ambientale).

Alle 11 di mattina del 20 settembre inizia il concentramento per il corteo organizzato dal Mezopotamya Ekoloji Hareketi (movimento ecologlista della mesopotamia), a cui hanno aderito in contemporanea molte altre cittá con varie iniziative (Roma, Londra, Bilbao, Barcelona, Berlino, Atene, Bagdhad).

Aspettiamo una parte di compagni che stanno arrivando in bicicletta da Diyarbakır (Amed in curdo) e partiamo in corteo (in tutto 200 persone massimo).

Dopo soli 300m ci fermiamo, segue una serie di interventi in turco e in curdo e torniamo indietro! La polizia ha avvisato che non avrebbe in alcun modo permesso che il corteo continuasse in direzione della diga (che é a 70km… manco fosse una maratona!). Sempre in corteo scendiamo al fiume dove facciamo volare decine di aquiloni e, con 38ºC all’ombra, ci bagnamo nelle acque del Tigri, tutti rigorosamente vestiti (NdA: qua é considerato fortemente inappropriato togliersi anche solo la maglietta e constatiamo che c’é ancora un grosso lavoro da fare anche sulla questione della libertá).

Durante il picnic collettivo (l’HDP ha portato kebap e ayran per tutti) ci spiegano che la motivazione che da sempre ha spinto il governo turco in questo folle progetto di dighe non ha a che vedere solo con la questione idroelettrica (per quanto importante 27 miliardi di kWh annui), ma anche con una questione strategico militare sia interna che esterna.

QUESTIONE INTERNA: In quasi tutta la zona, a parte 2 mesi all’anno, il Tigri é facilmente guadabile e questo consente (o consentirebbe) ai guerriglieri del PKK un facile passaggio verso il cuore della Turchia, agibilitá di spostamento che inizierebbe dalle zone controllate in Iraq, attraversando le montagne da sempre roccaforte dei compagni in armi e arrivando al Tigri.

Allagando, l’esercito turco spaccherebbe in due il Kurdistan (vedi mappa) creando uno specchio d’acqua facilmente controllabile che bloccherebbe tale “corridoio”.

Inoltre il modo d’agire del governo sembra inserirsi in una piú ampia e costante strategia di manipolazione elettorale perseguita attraverso il dislocamento forzato/sfollamento di civili curdi (sia attraverso l’uso delle armi sia attraverso devastazioni ambientali) e l’invio di contingenti militari in quelle stesse zone considerate a rischio. Infatti in Turchia gli sfollati difficilmente riescono a votare non avendo piú un comune di residenza, mentre i militari votano nel comune ove sono di stanza e non quello di residenza. Sfolla di qua, militarizza di lá e con questo “giochetto” quel genio del male di Erdoğan prova a rubare voti in alcuni distretti elettorali curdi dove tutti voterebbero HDP.

QUESTIONE ESTERNA: Oltre a essere una forma di pressione contro il popolo curdo, le dighe sono giá state usate come forma di pressione verso i vicini Iraq e Iran. Nel 1990, con l’inaugurazıone della diga Ataturk-Karababa (alta 120m e VI diga pıú grande al mondo) il governo turco ha chiuso i rubinetti dell’Eufrate lasciando a secco Iran e Iraq per quasi un mese. Questa arrogante prova di forza, oltre a inasprire i rapporti col PKK (solo per questa diga sono state sfollate decine di migliaia di famiglie curde con un indennizzo pari a 1/5 del valore di mercato e senza nessun carico degli oneri sociali per il governo, proprio in un periodo, il ’90, in cui in Kurdistan era guerra aperta) é quasi riuscita a far coalizzare i due paesi (Iran e Iraq) da sempre nemici giurati.

Con il completamento della diga di Ilisu la Turchia riuscirebbe a chiudere anche il Tigri ottenendo il pieno controllo del bacino Tigri-Eufrate e potrebbe (in caso di guerra) lasciare completamente a secco Iran, Iraq e un pó di Siria.

I pronostici che vedono la III guerra mondiale scaturire dalla guerra per l’acqua (l’oro blu) in medio oriente non sono affatto apocalittici se si pensa che nel 2025 la disponibilitá di acqua per abitante scenderá ben oltre la soglia d’allarme fissata dalla Banca Mondiale.

Lo stesso governo turco, infatti, ha dichiarato di voler utilizzare l’acqua per bilanciare il suo potere geopolitico nei confronti dei paesi vicini ricchi di petrolio ed ha siglato un accordo con Israele (previdente come una formichina) per rifornirlo di acqua quando verrá il momento (ancora non é ben chiaro come, ma sembra trasportandola via mare… quel che é certo é che tale accordo ha contribuito a fare incazzare non poco l’Iran).

Insomma non mi sembra di esagerare definendo il progetto GAP una delle piú grandi armi ambientali del nostro tempo!

Dopo che per molti anni i lavori sono stati fermi grazie sia alla protesta popolare, sia al ritiro di alcuni finanziatori stranieri, dal 2009 sono arrivati in paese i militari in forze e ora sembra siano decisi a non sforare troppo sulle tempistiche (la fine dei lavori era prevista per il 2015).

Staremo a vedere cosa succederá. L’impressione che ci siamo fatti e che al momento il popolo curdo abbia altre questioni da risolvere e non riesce a convogliare troppe energie su questo fronte di lotta che é stato, e continuerá a essere in futuro, un nodo importantissimo nei rapporti con il governo turco.

 

Il giorno dopo il corteo ci svegliamo mattinieri per un trekking tra le valli del canyon insieme a una coppia di compagni toscani in luna di miele (anzi in luna mielitante) e un ragazzo canadese free-lance alle prime armi (anzi al suo primo articolo appena finito riguardante il coprifuoco di Cizre e ora diretto a Shengal per raccontare del 73esimo massacro degli Yezidi).

Ai cancelli due anziani sorveglianti ci dicono stancamente che non possono farci entrare perché ufficialmente il parco e le rovine sono chiuse al turismo giá da qualche anno, ma se facciamo due passi é possibile scavalcare da un’infinitá di posti.

Una scalinata scavata nella roccia ci porta dentro la prima vallata: lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi é incredibile, non ci sono parole per descriverlo e lasciamo alla macchina fotografica il compito di raccontarvelo.

Solo una cosa aggiungiamo: le prime due vallate sono interamente bruciate e infatti Hasankeyf é considerata zona a rischio incendi. Non sará forse che il governo turco utilizzi strumentalmente la questione incendi per avere un motivo in piú per chiudere la zona al turismo?

 

Dormiamo in una delle tante grotte del canyon e al mattino, prima di riprendere il viaggio, la nostra curiositá viene catturata dagli operai che stanno lavorando sulle rovine dell’antico ponte bizantino sul Tigri. Entriamo nella canterizzazione e iniziamo una chiaccherata che distoglie facilmente dal lavoro tutti gli operai. Questi ci spiegano che stanno effettivamente ristrutturando e rinforzando le antiche rovine in modo che resistano all’inondazione. Neanche loro sanno bene il perché di questi lavori né sanno dirci a quanti metri arriverá il livello dell’acqua, sanno solo che da quando sará operativa la diga ci vorranno dai 6 mesi ai 2 anni per riempire il bacino (forse il governo prevede di riproporre Hasankeyf come meta turistica dopo l’inondazione come fosse una specie di Atlantide ove sará possibile visitare le antiche rovine con immersioni subaqcuee??).

 

Decidiamo che la nostra prossima tappa sará Amed poiché tutta la restante parte del nostro viaggio proseguirá verso est.

Riprendiamo dunque a “palleggiare” per fermare le macchine (qua l’autostop non si chiede alzando il pollice ma muovendo su e giú la mano come se si stesse giocando a basket) lasciandoci alle spalle  questo luogo incantato.

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