Cineforum settembre/ottobre 2017

Dopo il successo delle proiezioni d’agosto, riprende con un nuovo ciclo il cineforum in Boccaccio: stesso format, con cena alle ore 20 e proiezione alle 21.30. Non mancare! L’ingresso è gratuito.

14/09 Anche i nani hanno cominciato da piccoli Werner Herzog (1970)
21/09 Salò o le 120 giornate di Sodoma Pier Paolo Pasolini (1975)
28/09 I diavoli Ken Russell (1971)
05/10 Crash David Cronenberg (1996)

05/10 Crash David Cronenberg (1996)

Nella torbida e controversa filmografia di David Cronenberg, Crash ,
film del 1996, è probabilmente il lavoro più germinale, viscoso e
complesso. Una filmografia passata nell’ossessione del virus, della
putrescenza, della psicologia malata e demoniaca di una società
delirante.quello del regista canadese è sempre stato un viaggio
nell’inferno, nella disumanizzazione, nella morbosa istintualità della
carne, nella violenza, nella mutazione, nell’ibridazione,
nell’ambiguità, nel desiderio.
Crash è cicatrici e segni sulle automobili, è pelle e sperma, è sesso e
morte. È uomo-animale e uomo-macchina. È la carica erotica provocata
dagli incidenti stradali e dalle vittime, è una protesi di ferri che
spuntano dalle gambe, è ibridazione fra carne, ferro e sangue, è una
profezia slabbrata di sfida al destino.
E in Crash Cronenberg trova una summa delle sue ossessioni.
Prendendo le mosse dal romanzo di J.G. Ballard, il regista riconsidera
l’Ordine della Nuova Carne (frase con cui si concludeva “Videodrome”),
modellata dalla tecnologia e dalla fusione con il metallo, allevata
nella dolorosa richiesta di piacere (sessuale): la ricerca di infortuni,
morte e supplizio, in quanto pratica “illecita”, è intimamente legata al
godimento erotico, al fascino del proibito, alla perversione più
aberrante di una fantasia/fantasma tipica dell’essere umano
Cronenberg inscena un congresso carnale dietro l’altro, speso di
preferenza in macchina (estensione genitale per eccellenza), lungo
superstrade come flussi di spermatozoi o termostati del desiderio (il
traffico che aumenta, diminuisce) e all’apice eiaculatorio durante la
“penetrazione”, cioè l’incidente, il “crash” (il “metallo” di due
individui si fonde; le auto sono “personalizzate”, hanno una storia,
un’anima).Non esistono frontiere, la stessa omosessualità fa parte di un
gioco ancor più sadico, attirato dagli ematomi, dalle cicatrici (a forma
di vulva), dalle malformazioni (la povera Arquette senza un seno e con
le gambe di metallo), dalle mortificazioni della “polpa” (vedi
l’”amplesso” fra Spader e Vaughan, che fanno combaciare le due metà del
tatuaggio con il marchio della Chrysler), dalla lascivia orgiastica, dal
voyeurismo patologico (foto e video sugli incidenti mortali), dal
feticismo più assurdo (reinscenare i più grandi incidenti d’auto della
storia: quello di James Dean, di Jane Mansfield, incidenti già
affrontati da Ballard nella “Mostra delle atrocità”).
Cronenberg non fa morale né provocazione fine a se stessa: il suo è uno
schietto quanto parossistico apologo sul torbido sesso o, meglio, su ciò
che per noi è torbido del sesso e per lui è un oggetto di studio
scientifico come un altro. Nel binomio sensualità/orrore, veniamo posti
a confronto con le nostre perversioni più recondite, con i limiti/non
limiti che la nostra mente crea attorno al piacere ed i suoi tabù.
Il cinema di Cronenberg dona catarsi violentando la mente nelle sue
preconcette definizioni di Bene e di Male.
In realtà CRASH è una naturale genesi del cinema di Cronenberg che,
inevitabilmente, prima o poi avrebbe affrontato questo discorso. Quelli
che hanno amato le precedenti pellicole del regista si troveranno però
di fronte a un film diverso dal solito: stavolta i toni sono cupi e
statici, si respira un’atmosfera che è un misto di eccitazione e di
suggestione mortuaria.
Serve a poco citare la trama che è in fondo poco più che un pretesto
per mostrare incidenti e deformazioni, amplessi (rigorosamente in auto)
e fusioni di carne e metallo ma senza indulgere nel sensazionalistico né
nel morboso.L’automobile, status symbol, diviene una appendice
meccanica, una estensione del proprio corpo: se non c’è compenetrazione
e fusione tra acciaio e biologia, che almeno sia specchio
dell’esperienza dell’individuo, rappresenti la sua memoria (attraverso
le ammaccature, i graffi, le storpiature…).
Crash è la degenerazione di Fast Company (quinto film del regista), il
superamento dell’eros e del thàtatos in un climax sessuale ed
autodistruttivo.
I  personaggi di questo film sembrano agire al fine di sfuggire al
“male più grande”, la noia. E lo fanno fondendo sesso, carne e lamiere,
alla ricerca di una nuova (l’ennesima) esperienza che li renda “vivi”:
come le auto incidentate appaiono a Vaughan più affascinanti di quelle
nuove di zecca, così anche i corpi feriti e mutilati risultano più
eccitanti di quelli naturali. Una corsa immorale che troverà il
traguardo solo con la morte.
Non c’è sviluppo narrativo in Crash. Non c’è trama, le azioni e le scene
si susseguono per accumulo, come facendo propria la struttura iterativa
del porno. Scene di sesso ai limiti (o forse oltre) della censura,
dialoghi scabrosi, parole sussurrate ed ansimate; ma anche un elevato
grado di depravazione, primissimi piani delle ferite, delle cicatrici,
dei lividi, dei tatuaggi.
I corpi nei loro atti sessuali non godono, ma assumono espressioni di
dolore e sofferenza. Crash ci dice così di una civiltà che non può più
permettersi il lusso di trovare nella natura (nel sesso, nello sperma,
nell’orgasmo) il proprio appagamento, e che è condannata a cercare
nell’artificio e nell’ “oggetto” (nelle protesi, nell’auto, nel consumo)
l’unica residua possibilità di affermazione di sé.
Un film spudoratamente sovversivo, che individua nella possibilità di
scegliere come morire, l’ultima forma possibile di liberazione
dell’individuo.
Vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes nel 1996.

 

 

 

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