Contro la militarizzazione delle nostre vite

CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE NOSTRE VITE

È di queste settimane la notizia che dal 1 settembre arriveranno a Monza 15 militari, impegnati nell’operazione “Strade Sicure” e richiesti dalla Lega direttamente al Ministero dell’Interno per combattere la presunta “emergenza sicurezza”in città.

Alla notizia sono seguite interviste e comunicati di esponenti della giunta Pilotto, per esempio di LabMonza che cita inoltre pretestuosamente lo sgombero della FOA Boccaccio per criticare l’assessore alla sicurezza Ambrogio Moccia, ovviamente felice per l’operazione di “ripristino della legalità”.

Al netto di questi sterili confronti interni alla “sinistra” monzese, impegnata nella gara a chi a parole è più progressista o, al contrario, a chi nei fatti imita meglio la destra, ciò che conta è che dal suo insediamento a oggi, è totale la continuità tra Pilotto e Allevi nel governo del territorio: in materia di sicurezza (come su molteplici altri fronti) i cambiamenti annunciati dalla sinistra sono stati pressocché nulli. 

In questi due anni, difatti, non sono state apportate modifiche al regolamento di polizia urbana che continua a reprimere la socialità giovanile e la libera aggregazione nelle piazze cittadine; sono state implementate le telecamere di sorveglianza con una spesa complessiva di 153mila euro; sono stati istituiti i vigili di quartiere per contrastare “il degrado” e la famosa malamovida (che lo stesso LabMonza annuncia come un traguardo positivo di questa giunta). 

Ovviamente le equivalenze legalità/giusto e illegalità/sbagliato non ci appartengono: la retorica sulla legalità e le politiche di decoro sono da rifiutare in quanto strumenti con cui da decenni lo Stato protegge il privilegio di pochi e, in particolare, con cui la città di Monza tutela la componente ricca e bianca della popolazione, allontanando, reprimendo e criminalizzando le persone povere, individui e gruppi marginalizzati, o coloro che non si conformano all’immagine del buon cittadino.

Troviamo pericoloso l’arrivo di altri militari in una città in cui, oltre agli innumerevoli controlli a tappeto delle Forze dell’Ordine, esistono quasi 200 spioni sbirri mancati, membri dei gruppi di Controllo del vicinato, a richiedere sempre più retate e sorveglianza. 

Vogliamo inoltre ricordare che l’operazione Strade Sicure, nata nel 2008 (governo Berlusconi) e inizialmente prevista come operazione eccezionale della durata di 6 mesi, è stata prorogata numerose volte, fino a diventare la normalità in alcuni territori, come L’Aquila dal terremoto, la Val Susa per la lotta NoTAV, Milano da Expo 2015. In un Paese che spende più soldi per il riarmo che per la salute pubblica, la presenza dei militari nelle nostre strade non fa altro che ricordarci che viviamo in uno stato di guerra permanente. 

Non vogliamo inoltre dimenticare i diversi casi di stupri e violenze da parte di militari e altri membri delle forze dell’ordine: per esempio lo stupro di una ragazza a L’Aquila nel 2012, quello delle due studentesse americane a Firenze nel 2017, o ancora più recente, la violenza transfobica ai danni di una donna a Milano lo scorso maggio. Anche nella nostra città avevamo denunciato molestie ai danni delle donne da parte di agenti della polizia di stato non troppo tempo fa. 

Ci chiediamo quindi di quale sicurezza parliamo? E soprattutto la sicurezza di chi? Certamente non quella delle donne, non quella delle persone queer né di quelle razzializzate, non quella di chi è costretta ai margini della società.

Viviamo in una città che, secondo le statistiche delle istituzioni stesse, non sembra affatto tra le più insicure in Italia eppure siamo sempre più circondate da telecamere, polizia e adesso da ancora più militari. È davvero questo il mondo che desideriamo? 

Vogliono convincerci che la sicurezza la fanno i militari nelle strade ma sappiamo bene che il nostro benessere lo faranno solo l’eliminazione delle disuguaglianze economiche e sociali, la solidarietà, il sostegno reciproco, la fiducia e la cura tra i membri di una comunità. Una comunità da costruire insieme. 

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