Romanzo di una strage

12 dicembre 1969, strage di Stato in piazza Fontana.

12 dicembre 2017, agire contro lo Stato torturatore e stragista, dentro e fuori i confini!

Oggi come ieri lo Stato italiano è responsabile di stragi quotidiane. Dentro i confini nazionali contro il conflitto sociale e contro i malcapitati che finiscono nelle maglie della repressione; in mare affiancando marine militari assassine; oltrepassati i confini contro uomini, donne e bambini che decidono di spostarsi e cercare una vita migliore.

Quanto sta accadendo in Libia ne è un palese esempio, da cui non possiamo sentirci indifferenti.

In Libia e nel Mediterraneo è in corso una guerra, di cui l’Italia è tra i principali responsabili: il territorio viene espropriato e svenduto; chi, per obbligo o scelta, desidera spostarsi attraversandone i confini viene massacrato ogni giorno; e la parte di popolazione che prova a resistere alle fazioni militari e agli interessi di multinazionali e di Stati esteri viene repressa brutalmente.

Nel territorio libico ci sono più di 40 carceri lager che trattengono in condizioni disumane migliaia di persone la cui unica “colpa” è non essere utili al regime produttivo. Da ponte africano verso l’Europa, la Libia diventa un definitivo punto d’arresto, luogo di rapimenti, torture, stupri e omicidi. Tutto legittimato dal riconoscimento politico ed economico dato dalla Fortezza Europa e dai suoi soci in affari, Eni tra i primi.

Eni è oggi la prima azienda italiana per fatturato e la sesta produttrice di petrolio a livello globale. I suoi progetti di devastazione e di morte riguardano territori lontani (come il Delta del Niger) e vicini (Snam, prima del gruppo Eni e ora società a sé, partecipa alla costruzione del gasdotto TAP, il cui terminale è previsto in Puglia). Oggi l’Eni controlla una superficie di 26.635 chilometri quadrati, con una produzione di oltre 350.000 barili al giorno di petrolio. È l’unica azienda esportatrice di gas e petrolio nella zona della Tripolitania, grazie a diversi accordi stipulati con le milizie locali, le quali, in cambio di denaro, assicurano la protezione armata dei pozzi petroliferi. Come si vede dal 1959, i governi vanno e vengono. L’Eni resta.

Agli occhi della realpolitik europea, e certo italiana, è di fondamentale importanza gestire, strumentalizzare e fare i soldi su questi flussi di persone. Per questo le frontiere e i confini si fanno mobili, di una mobilità completamente asservita alle dinamiche di potere e di chi decide chi ha diritti, chi è sfruttabile e chi nasce inutile, in eccesso: in questo quadro si costruiscono lager in Libia o in Turchia e carceri e centri di controllo ed espulsione in Europa. Passino le merci e gli sfruttatori campioni del capitale, ma si fermino le persone, distinguendole tra bravi cittadini con diritti e mostri sociali!

Se da una parte il governo Gentiloni e il ministro degli Interni Minniti stringono accordi insanguinati con signori della guerra e fazioni politiche che controllano il territorio libico, cosa succede nelle nostre piazze, nelle nostre strade, nei territori che viviamo ogni giorno? Le stesse milizie jihaidiste, lì pagate per collaborare, qui diventano il nemico interno, un argomento da strumentalizzare per trasformare i nostri luoghi di vita quotidiana. La conseguenza di tutto questo è avere una libertà avvelenata da qualcosa di esoterico e manipolabile come l’idea di “decoro”, eserciti e polizie per le strade e telecamere ovunque. Inoltre dobbiamo fare i conti con decreti e leggi come il Minniti-Orlando che reificano la retorica sulla sicurezza come unico interesse pubblico a discapito della nostra agibilità di azione ed espressione.

“Attaccare i signori dello sfruttamento e della guerra è il solo modo per non sprofondare nella più disumana indifferenza”. Ed è quello che continueremo a fare.

FOA Boccaccio 003

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