#Honduras – Sviluppo di plastica

Sviluppo è una parola potente e molto ascoltata.
Stabilisce priorità, dividendo tra ciò che è bene e ciò che è male.
Ha la capacità di trasformare abitudini e culture, distrubuendo
risorse o tagliandole.
Nel nostro secondo dopoguerra, mostrando dialetto e vita contadina
come simboli di povertà e ignoranza, ne ha di fatto deciso le sorti
per decenni.
Oggi, lo stesso sviluppo che in quegli anni si stava sperimentando,
riesce a dare il meglio a latitudini più povere e più esposte, dove
non cresce stagione dopo stagione, ma travolge. Dove non sperimenta,
ma impone.
Un fenomeno che in Honduras sta facendo continue vittime, metaforiche
e reali, imponendo narrazioni, immaginari e strumenti. Ad esempio,
dettando una certa lettura ambientalista e conseguenti pratiche e
consumi.

“Prenditi cura dei boschi” è una scritta che si trova spesso, dalle
targhe delle auto ai cartoni dei succhi di frutta. A prima vista,
potrebbe dipendere dalla consapevolezza del fenomeno della
deforestazione, enorme e in crescita, del traffico illegale di legname
pregiato della selva o dalla consapevolezza che l’esplosione del
pascolo mette a rischio le aree boschive. Potrebbe essere una risposta
agli accordi di Kyoto, che per la produzione e vendita di ossigeno
permettono di considerare allo stesso modo una foresta vergine e una
piantagione di palma africana, avallando la trasformazione massiva di
ecosistemi unici in latifondi di monocultura, come sta accadendo
nell’Aguan, sul Caribe e, in un prossimo futuro, nella Moskitia.
Ma poichè il governo sta vendendo decine di concessioni per lo
sfruttamento delle risorse ambientali, spesso venendo meno ad accordi
formali con comunità indigene che ne detengono il possesso collettivo
e le mantengono, dietro quella scritta deve esserci altro.
“Prenditi cura dei boschi” viene a essere un esempio di comunicazione
pubblica che risponde alle relazioni economiche tra stati deboli e
indebitati e organizzazioni internazionali che finanziano progetti e
dettano le parole chiave. Perchè il risultato lo vedi ai bordi dei
marciapiedi, mentre galleggia sull’acqua o tra le onde, mentre brucia
nei forni di casa o in mucchi lungo la strada, e si chiama plastica.
Contenitori grandi e piccoli, fogli trasparenti, attrezzi da lavoro,
posate, mobili, scarpe. Senza educazione ambientale, senza raccolta di
rifiuti, si è creato un gigantesco “usa e getta” con falò finale,
conseguenza di uno sviluppo, che anche qui ha diviso in buoni e
cattivi, relegando all’oblio e al pregiudizio i saperi antichi come
l’artigianato, illuminando con un alone di modernità plastica e
derivati.
Quando mi imbatterò in un museo della vita contadina e dei lavori
antichi vorrei ricordarmi di questa caratteristica dell’Honduras, che
per contrasto mi ricorda la parola “autoproduzione”, pratica che
sempre più diventa una scelta di libertà e conoscenza.
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